Trauma cranico

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Il recente tragico incidente dell’atleta paralimpico Alex Zanardi, con l’eco delle precedenti vicissitudini che hanno visto vittima il pilota Michael Schumacher, ha acceso l’interesse su quali siano le conseguenze di un trauma cranico e quali le ripercussioni future.

Un trauma cranico è un danno cerebrale causato da una forza fisica esterna, rapida, improvvisa e violenta, che determina un diminuito o alterato stato di coscienza, con coinvolgimento delle funzioni cognitive, neurosomatiche ed emotivo-comportamentali [Denes e Pizzamiglio et al., 2019].

Le conseguenze dei traumi cranici sulle diverse funzionalità cerebrali, cognitive, comportamentali, motorie e sensoriali, hanno rappresentato negli ultimi 30-40 anni un evento “gigantesco” [Tagliaferri et al., 2006; ISTAT, 2015], che ha coinvolto milioni di giovani nei Paesi occidentali, soprattutto in conseguenza di incidenti stradali, ma anche adulti, bambini ed anziani, la cui sopravvivenza a tali eventi traumatici, è nettamente aumentata.

Tuttavia, la reale dimensione di questo fenomeno risulta approssimativo e sottostimato. È un dato di fatto che i traumi cranici più gravi richiedano un ricovero ma, in caso di trauma cranico lieve, può non apparire necessario un trattamento sanitario immediato, e di conseguenza, sfugge alle rilevazioni statistiche.

I più frequenti sono i traumi cranici causati da forze dinamiche [Cattelani, 2006], come ad esempio nella maggior parte degli incidenti stradali, e possono comprendere: traumi da impatto, un oggetto in movimento che colpisce il cranio, e traumi da impulso, in cui si verificano delle brusche accelerazioni e decelerazioni che provocano lo “scuotimento” del cervello all’interno della scatola cranica, come nel cosiddetto “colpo di frusta” o nella “shaken baby syndrome” [Harding et al., 2004], trattata in questo post del Centro di Neuroscienze Comportamentali di Roma.

Le lesioni cerebrali da trauma cranico possono essere:

  • di natura focale, con ematomi e contusioni,
  • o diffuse, come il danno assonale diffuso, causato dallo stiramento e sfilacciamento degli assoni (le vie di comunicazione tra i neuroni). Le varie aree corticali risultano quindi, sostanzialmente intatte, ma non sono in grado di comunicare adeguatamente tra loro.

Mentre un trauma cranico di gravità moderata o grave viene sottoposto sistematicamente ad indagine neuropsicologica, un trauma cranico di lieve entità è soggetto a una valutazione neuropsicologica in una percentuale di casi relativamente ridotta (30%). Nonostante, anche un trauma cranico lieve, possa evolvere in manifestazioni disfunzionali, anche particolarmente invalidanti, che coinvolgono a vari livelli la sfera cognitiva, ma soprattutto emotiva, comportamentale, relazionale e psicosociale [Cattelani, 2006].

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È stato, infatti, dimostrato come, dopo un trauma cranico di gravità tale da causare almeno un breve periodo di perdita di coscienza, i deficit cognitivi e comportamentali possano spesso risultare più persistenti e disabilitanti dei deficit motori [Jennet e Teasdale, 1981].

I fattori che condizionano il quadro cognitivo-comportamentale di questi pazienti sono talmente diversi, che una valutazione sistematica di tutte le funzioni cognitive, da quelle basiche a quelle strumentali, di logica, giudizio e problem solving, e degli aspetti comportamentali, risulta fondamentale sempre e comunque [Ben-Yashay, 2008; Mazzucchi, 2012; Goldstein e Levin, 2014].

Quali sono le maggiori difficoltà cognitive e comportamentali?

I disturbi dell’attenzione rappresentano un elemento costante per tutti i livelli di gravità del trauma cranico. A diversi gradi di compromissione, sono caratterizzati da un’analisi dell’ambiente frettolosa ed impulsiva, scarsa capacità di distinguere le informazioni rilevanti da quelle secondarie, e importante affaticamento nello svolgimento delle varie attività [Mazzucchi, 2012; Denes e Pizzamiglio, 2019].

Tipicamente, una valutazione neuropsicologica formale mette in luce anche deficit delle funzioni esecutive e disturbi della memoria, come frequente conseguenza del danno combinato alle lesioni frontali e temporali (a livello delle tempie) [Grossi e Trojano, 2013].

Tali lesioni possono inoltre provocare dei notevoli cambiamenti nel comportamento e nel carattere, anche in assenza di deficit delle abilità intellettive generali o delle capacità sociali [Saver e Damasio, 1991].

Possono essere, quindi, pazienti con lievi o assenti disturbi cognitivi, ma con notevoli difficoltà inerenti la sfera comportamentale, di cui spesso non sono consapevoli.

I disturbi comportamentali possono essere ricondotti a due categorie principali:

  • una in “difetto”, caratterizzata da apatia, inerzia, anaffettività e dipendenza dal proprio caregiver;
  • l’altra in “eccesso”, e caratterizzata da impulsività, agitazione, disinibizione, logorrea, irritabilità e aggressività [Cattelani, 1996, 2006; Wood, 2001; Barnes, 2001; Mazzucchi, 2011; Maietti et al., 2012; Denes e Pizzamiglio, 2019].

Sono proprio questi disturbi che rappresentano l’elemento maggiormente invalidante sulla possibilità di reinserimento sociale e lavorativo, e il principale obiettivo riabilitativo di molti pazienti con trauma cranico, anche lieve [Sherer et al., 2002; Milders et al., 2003; Ciurli et al., 2010].

Nonostante questo, il profilo neuropsicologico di un trauma cranico, soprattutto se grave, tende a modificarsi nel tempo, e spesso in maniera sostanziale [Denes, Pizzamiglio et al., 2019], e non di rado si assiste ad un prodigioso miglioramento clinico, grazie soprattutto all’azione della riabilitazione cognitiva, che fa leva sulla neuroplasticità nel recupero delle funzioni.