Memento, analisi del film

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Memento: l’incapacità di ricordare e di dimenticare

Memento si insabbia nella mente profondamente distorta e traballante di Leonard, un uomo afflitto dal passato che non conosce futuro, afflitto da due problemi paradossali: non riuscire a ricordare e non riuscire a dimenticare.

Non c’è persona a cui il protagonista di Memento non racconti la sua patologia, il suo disturbo è la sua carta d’identità, la sua stretta di mano. È affetto da un deficit dell’apprendimento di nuove informazioni, amnesia anterograda; il paziente affetto da questa patologia non ricorda nulla di quello che è accaduto dopo l’evento patologico, non riesce a ricordare da un momento all’altro i volti o i nomi delle persone che lo circondano e non riesce ad apprendere nuovi percorsi perdendosi in ambienti nuovi.

In seguito all’aggressione da parte di due uomini con il volto coperto, che hanno violentato e ucciso la moglie, Leonard Shelby risulta affetto da un disturbo della memoria definita amnesia anterograda, che non gli permette di immagazzinare nuovi ricordi. Ispirandosi ad un suo vecchio cliente, risalente a quando lavorava per un agenzia assicurativa, cerca di ovviare a questo deficit prendendo appunti su fogli, post-it, polaroid; ma le informazioni più importanti lui le ha scritte direttamente sul suo corpo. Sul petto, visibile solo allo specchio ha scritto “John G. ha stuprato e ucciso tua moglie”, e su vari punti del corpo sono incise le informazioni che lo porteranno a identificare il colpevole.

Memento è un’inquietante favola che ha fondamento sulla forza del protagonista che interagisce quasi inutilmente con il presente e il futuro, sopravvivendo agli eventi in maniera tragicamente passiva.

Il regista Nolan nella pellicola abusa abbondantemente dei primi piani, si fissa sui volti e sugli occhi degli attori, come a studiarne le intenzioni, noi spettatori siamo totalmente ignari e spaesati di fronte ai personaggi, esattamente come Leonard.

Quest’ultimo, interpretato da un Guy Pearce, scavato, con gli zigomi affilati e lo sguardo a volte confuso e spaesato, altre volte iniettato di forza, si offre a noi con lampi fulminei e istintuali che ricordano il Brad Pitt di Seven. Grazie alla maestria del montaggio, veniamo risucchiati, rimaniamo partecipi e protagonisti anche noi della memoria balbettante di Leonard, e coinvolti nei suoi dubbi: ciò che ci viene mostrato è sempre vero? Perché crediamo a tutto quello che vediamo? Alla fine del film, il dubbio persiste.

Il protagonista di Memento mostra a tutti la sua fragilità e la sua debolezza nel suo disturbo, per le quali verrà anche più volte sfruttato. Rimane fermamente e tenacemente ancorato alle sue certezze ferree: le fotografie, gli appunti, i post-it, i tatuaggi.

Dalla morte della moglie, come Pollicino, a lui non resta che seguire le briciole del percorso da seguire tutti i giorni.

Tuttavia per quanto la sua sete di vendetta lo proietti verso il futuro, nell’andare in avanti, Leonard non fa che guardare indietro, girare in tondo, ancorato ad un dramma troppo pesante da ricordare, e impossibile da dimenticare, egli non ha idea di quanto tempo sia trascorso dall’aggressione, come può quindi attuarsi il famoso proverbio che “il tempo cura tutte le ferite” se non è possibile avvertire il passare del tempo?

L’elaborazione di un lutto che per Leonard può essersi verificato la scorsa settimana, o anni fa, si compie solo attraverso la caccia a un nemico immaginario, l’indagine investigativa è un pretesto per indagare l’uomo e dare un peso specifico ai ricordi, e alla memoria di tutti noi.

Memento è un thriller che inizia con la fine e termina con l’inizio, il montaggio del film è particolarmente iconico, è sconnesso e segmentato. Tenacemente tiene ancorate le due linee narrative che vanno in direzioni opposte, caratterizzate e riconoscibili dalla luce e dai colori: una, quella che procede a ritroso fino all’incipit della storia è a colori; l’altra che, nonostante qualche flashback procede lineare, è in bianco e nero. I due percorsi paralleli si incontrano però nel finale.

Ogni scena del film è interrotta dopo 15 minuti e riparte con un’altra scena di 15 minuti cronologicamente precedente alla scena di prima, esattamente come se vivessimo anche noi la patologia di Leonard che non riesce a ricordare ciò che è successo più di 15 minuti prima. Lo spettatore vive insieme al protagonista, il senso di spaesamento dovuto al non sapere gli eventi che hanno preceduto ciò a cui si sta assistendo e viene accompagnato nel finale a collegare tutti i frammenti come fosse un puzzle. Nolan è stato quindi capace di fare del montaggio uno strumento espressivo coerente con la psiche traballante di Leonard.

Nomination al premio Oscar 2002 come Miglior montaggio a Dody Dorn.

E a voi, è piaciuto questo film? Cosa vi ha trasmesso?

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