La riserva cognitiva: un alleato contro l’Alzheimer

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È appena passata la giornata mondiale dell’Alzheimer e qui abbiamo scoperto quali sono i segnali della malattia da riconoscere. In questo nuovo articolo scopriamo un prezioso alleato contro l’Alzheimer e tutte le demenze: la riserva cognitiva.

Quando si parla di plasticità ci si riferisce di solito alla proprietà che ha una sostanza di subire cambiamenti che vengono mantenuti nel tempo.


È stato solo in tempi più recenti che il termine “plasticità” ha trovato un’applicazione anche in campo biologico, in riferimento alla modificabilità dei tessuti organici come risultato dell’esposizione a certe “esperienze”. 

Si è arrivati dunque ad accettare l’esistenza della plasticità neurale, mettendola in relazione con i cambiamenti, talvolta anche notevoli, ai quali va incontro il nostro cervello nel corso della vita per effetto delle esperienze alle quali siamo esposti.

Diversi studi suggeriscono che determinate esperienze di vita, tra cui il livello di istruzione e il tipo di l’occupazione lavorativa, ma anche il QI e le attività ricreative, possono avere un impatto sull’efficienza o la capacità della rete neurale, determinando quindi una riserva diversa per ogni individuo.

Il concetto di riserva può essere diviso in due modelli, uno attivo e uno passivo: la riserva cerebrale è un esempio di riserva passiva, e deriva dalle differenze fisiologiche individuali sul cervello.

Queste differenze possono essere le dimensioni del cervello, il numero di neuroni o di sinapsi. Quindi, differenze individuali nella capacità di riserva cerebrale portano a differenze nell’espressione clinica di un danno cerebrale.

In contrasto al modello passivo di riserva, un modello attivo come la riserva cognitiva suggerisce che il cervello tenti attivamente di far fronte ad un danno cerebrale utilizzando processi cognitivi pre-esistenti o arruolando processi compensatori.

Il concetto di riserva cognitiva postula che differenze individuali nei processi cognitivi o nelle reti neurali che sottostanno a diverse prestazioni, permettano ad alcune persone meglio di altre, di far fronte a danni cerebrali. Molti studi indicano infatti, che una particolare qualità di vita sia associata ad un ridotto rischio nello sviluppare demenza e ad un più lento declino mnestico nell’invecchiamento normale.

Riserva cognitiva e Alzheimer

Il concetto di riserva cognitiva fornisce una spiegazione per le differenze individuali alla suscettibilità ai cambiamenti cerebrali legati all’invecchiamento o a patologie quali l’Alzheimer, dove alcuni individui riescono a tollerare meglio, rispetto ad altri, questi cambiamenti e a mantenere delle funzioni.

Il concetto di riserva cognitiva suggerisce che il cervello tenta attivamente di far fronte alla patologia con meccanismi compensatori. Quindi, un individuo con una più alta riserva cognitiva riuscirebbe ad affrontare meglio l’equivalente gravità di patologia di un altro individuo con una bassa riserva cognitiva, anche quando il volume cerebrale è lo stesso.

[Stern, 2009]

La patologia peggiora lentamente nel tempo: l’Alzheimer comincia a svilupparsi molti anni prima che il disturbo si esprima clinicamente, e diventa lentamente più severa. Il punto di inflessione indica il momento in cui la patologia si esprime clinicamente; si può notare che individui con una più alta riserva cognitiva richiedono una severità maggiore della patologia per manifestare i sintomi di declino cognitivo. Ma, dopo le manifestazioni cliniche dell’Alzheimer, il declino, nei soggetti con un’alta riserva cognitiva, è più rapido. 

Cosa ci suggerisce quindi tutto questo?

Giochiamo d’anticipo!

Studiamo una nuova lingua, leggiamo, impariamo un nuovo strumento musicale, giochiamo di più, usciamo, facciamo una passeggiata, andiamo in palestra, impariamo un nuovo sport, facciamo un viaggio. 

Per nessuna di queste cose è mai troppo tardi o troppo presto, il vostro cervello sarà sempre lì a supportarvi!


Bibliografia: Stern, 2009 qui l’articolo

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